Il talento nocivo: quando il troppo stroppia

Gara 7, Finals NBA. Il punteggio è 78-78, e mancano 6 minuti alla conclusione.

Semifinale di Coppa del Mondo, 2-1 per gli avversari, ancora mezz’ora per sperare.

Chi, in queste situazioni, non vorrebbe avere nella propria squadra, rispettivamente, lui

lebron

e lui?

messi

Probabilmente gli autori di uno studio, pubblicato sulla rivista Psychological Science. La ricerca indica che, arrivati a un certo livello, l’aggiunta di un supertalento all’interno di una squadra potrebbe peggiorare le performance della squadra stessa, soprattutto se in congiunzione con altri “top player”. Troppi galli nel pollaio? Problemi di leadrship? Non proprio ( o meglio, non solo..)

Lo studio, effettuato da un’equipe guidata dal Professor Roderick Swaab sembra dimostrare che troppi talenti in squadra possono minare la volontà del gruppo di collaborare e di coordinarsi. È come se si raggiungesse un “punto di saturazione della classe sportiva”, oltre il quale  il talento aggiunto è addirittura nocivo. Questo vale soprattutto per sport che richiedono un alto livello di interdipendenza tra giocatori: basket e calcio, ad esempio. Per sport di squadra, ma comunque più individualistici (come il baseball) questo fenomeno non si osserva.

“Lo stesso discorso- affermano gli studiosi-si può applicare alla gestione aziendale: se il livello di interdipendenza è molto alto tra i dipendenti, sarà meglio far lavorare i più virtuosi con i meno abili (o esperti)”.

Come si è giunti a tali risultati? Non si tratta certo di stime casuali o di luoghi comuni (come, appunto, la metafora dei galli nel pollaio): i ricercatori hanno analizzato i database provenienti da competizioni di altissimo livello (Mondiali 2010, qualificazioni Mondiali 2014, intere stagioni di NBA e MLB-la lega statunitense di baseball) e incrociando i risultati con il livello di talento delle squadre coinvolte. Per misurare questo parametro sono stati applicati complessi modelli matematici come l’ Estimated Wins Added (EWA) in basketball, and Wins Above Replacement (WAR) in baseball. Per farvene un’idea potete dare un occhio qui. Sì, chi ama lo sport in America è un vero patito.

I casi, quindi, sono due:

1- rinunciate ai talenti

2- assumete un allenatore ultrasessantenne che non sorride neanche se gli regalate una Ferrari d’oro, e avrete questo (nonostante Manu-Tony-Tim siano DISCRETI talenti):

#piangopersempre

La “scienza” che inganna: intervista a Silvano Fuso

La scienza affascina: è ricerca, è scoperta, è comprensione del mondo che ci circonda e, in ultima analisi, di noi stessi. Come tutte le cose che affascinano, il passo verso la corruzione e la degradazione è purtroppo breve; sono infatti molti i casi in cui sarebbe opportuno parlare di pseudoscienza: processi che, vuoi per disinformazione vuoi per malafede, attecchiscono nell’immaginario collettivo creando un’idea della scienza distorta e illusoria. Il fenomeno non è per nulla semplice da analizzare, ma in mio soccorso giunge uno dei massimi esperti in materia, Silvano Fuso: ricercatore, divulgatore, scrittore e membro del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale), da anni cerca di gettare luce sulle frodi scientifiche.

Silvano Fuso (CICAP)

Silvano Fuso (CICAP)

Molto spesso è difficile classificare i fenomeni di “falsa scienza”: quali sono gli strumenti che il pubblico generalista ha a disposizione per determinare quando si è di fronte a un processo dovuto a ingenuità/errore metodologico e quando invece si tratta di malafede? Quali invece i mezzi a disposizione della comunità scientifica per “smascherare” queste frodi?

Oggigiorno siamo bombardati da una quantità enorme di informazioni e non è facile distinguere le notizie vere da quelle fasulle; il pubblico generalista dovrebbe prestare credito a chi è veramente esperto in un certo settore e non a chi, privo di qualsiasi competenza, usa i mezzi di comunicazione per divulgare le proprie idee, facendo leva soprattutto sulla emotività e le aspettative della gente. Tutto sommato, però, non ha molta importanza stabilire se chi diffonde false affermazioni sia in buona o cattiva fede. I giudizi morali hanno scarsa rilevanza in campo scientifico. Quello che conta realmente è stabilire se quanto viene affermato corrisponda o no al vero. Questo lo può stabilire solamente la comunità scientifica, e solitamente questo controllo è efficace, anche se talvolta i tempi per arrivare a una conclusione condivisa possono essere lunghi.

Fondamentale è anche il ruolo di chi opera nell’ambito dell’informazione. I giornalisti e i divulgatori dovrebbero essere il tramite che rende noto al grosso pubblico quanto stabilito dalla comunità scientifica. Purtroppo, a volte si assiste a casi in cui la comunità scientifica non ha dubbi sul proprio giudizio, ma ciò nonostante chi fa informazione alimenta false speranze e illusioni nel pubblico. Talvolta quest’opera di disinformazione è incentivata anche dall’operato di alcuni decisori politici e di alcuni operatori della giustizia che prendono provvedimenti palesemente antiscientifici: ci vorrebbe ovviamente un maggior senso di responsabilità, perché i danni che si possono causare con questi atteggiamenti sono enormi.

(chimicare.org)

Scienza o non scienza? Questo è il problema!(chimicare.org)

Di recente è stato dato spazio (grazie anche a un servizio de “Le Iene”)  al caso del paziente che, secondo alcuni, sarebbe guarito da un tumore mangiando frutta e verdura. Il rapporto tra alimentazione e salute esiste ed è innegabile, ma perché estremizzare? C’è secondo lei una tendenza-in Italia più che all’estero- a marcare la differenza tra “medicina ufficiale” (spesso associata a medici e ricercatori senza scrupoli, assoldati dalle multinazionali del farmaco) e “alternativa”. Se sì, quali sono le cause?

Ricadiamo nel discorso del delicato ruolo dell’informazione. Certe notizie sensazionaliste fanno scalpore e creano indubbiamente audience. Però dal punto di vista scientifico non hanno alcun fondamento. In particolare, in medicina i casi singoli non hanno alcun valore probatorio. La valutazione dell’efficacia di una terapia è una cosa lunga e complessa e la gente dovrebbe essere messa al corrente di quali sono le procedure che si devono necessariamente seguire per raggiungere risultati attendibili.

Inoltre molte persone si avvicinano alla cosiddetta “medicina alternativa” perché confondono medicina con sanità. Il verificarsi di alcuni episodi di malasanità è purtroppo una triste realtà, ma questo non deve mettere in discussione la validità della medicina scientifica. Anzi, gli episodi di malasanità sono proprio una devianza rispetto alla medicina scientifica. La “medicina alternativa”, dal punto di vista umano e psicologico, è sicuramente più attenta alle esigenze del paziente, che si sente di conseguenza gratificato. Purtroppo però la sua efficacia terapeutica non è mai stata dimostrata. Quello che è grave è che ci siano medici che pratichino la “medicina alternativa” (o “complementare” come oggi viene furbescamente chiamata). Un medico dovrebbe avere le competenze e l’onestà intellettuale per rendersi conto che essa non ha mai ricevuto alcun riconoscimento scientifico. Da questo punto di vista anche gli ordini dei medici hanno non poche responsabilità, come pure alcuni decisori politici che, riconoscendo alla “medicina alternativa” uno status giuridico (spesso solo per ottenere consensi), contribuiscono a creare confusione nei pazienti. Questo purtroppo non vale solo in Italia, ma anche in altri Paesi.

Uno degli ultimi casi di falsa scienza, in ordine cronologico ma non certo di importanza, è stato quello di Stamina. Studiosi e ricercatori di fama internazionale hanno cercato di spiegare, con le ragioni della scienza, i tanti motivi per cui non si può parlare di metodo scientifico quando si parla di Vannoni e soci. Tuttavia questo non sembra aver smorzato le polemiche: “facile parlare per voi, ma i nostri cari muoiono”. Come approcciare, dunque, il problema (non solo di Stamina, ma delle frodi scientifiche in genere) dal punto di vista comunicativo? Come comunicare che, a lungo andare, appoggiare (anche finanziariamente) tali iniziative non può che nuocere a tutti?

 

I pazienti e i loro familiari meritano il massimo rispetto e la massima comprensione. Quando si soffre e si è senza speranze, ci si aggrappa a qualunque cosa e questo è umanamente comprensibile. Però, proprio per il rispetto che essi meritano, è assolutamente necessario fornire loro informazioni corrette, senza alimentare facili illusioni che possono produrre grandi sofferenze.

Purtroppo nei confronti della scienza, soprattutto nel nostro Paese, c’è una diffusa diffidenza e vi è la tendenza a dar maggior credito al primo imbonitore che capita, piuttosto a chi assume un atteggiamento prudente e razionale. Ciò deriva sicuramente da diverse ragioni di carattere culturale. È quindi necessario un grosso lavoro di innalzamento culturale che dovrebbe necessariamente partire dai banchi di scuola e dovrebbe poi proseguire attraverso gli organi di informazione. Soprattutto bisognerebbe far comprendere al grosso pubblico che la scienza è animata da profonde motivazioni etiche. C’è un inscindibile legame tra sviluppo scientifico e affermazione di determinati valori quali democrazia, libertà di circolazione delle idee, rifiuto di ogni principio di autorità e di ogni pregiudizio ideologico, disponibilità a rivedere umilmente le proprie convinzioni, ecc. Questi stretti legami sono stati, ad esempio, ben evidenziati da Gilberto Corbellini nel suo libro Scienza, quindi democrazia (Einaudi, Torino 2011). Bisognerebbe educare la gente in tal senso. Purtroppo invece nel nostro paese non è raro trovare sedicenti intellettuali che si scagliano contro un presunto strapotere della cosiddetta tecno-scienza, alimentando diffidenza nei suoi confronti. C’è dunque molto lavoro da fare, da parte di tutti: ricercatori, istituzioni scolastiche, politici e divulgatori.

 

60 anni di fisica per la pace

Il CERN, il più grande centro di ricerca al mondo di Fisica delle particelle situato a Ginevra, compie quest’anno il sessantesimo anniversario.  Oltre che per i fondamentali avanzamenti nella conoscenza scientifica che  in esso sono stati realizzati, il CERN è importantissimo in quanto rappresenta una palestra per la cosiddetta science diplomacy, quella serie di norme (non scritte) che garantiscono rispetto e collaborazione tra scienziati anche in presenza di barriere sociali, politiche o culturali.

Il centro di ricerca svizzero è infatti come una piccola cittadina, in cui convivono, lavorando a stretto contatto,  oltre 13.000 scienziati provenienti da oltre 100 Paesi.  È ovvio che le tensioni, in una situazione in cui si trovano a interagire scienziati di Paesi in conflitto tra loro, siano un rischio da non sottovalutare: “Ci è capitato, ad esempio, di dover far lavorare allo stesso progetto un ragazzo Palestinese e uno Israeliano – testimonia Marina Cobal, coordinatrice del gruppo italiano del progetto ATLAS del CERN (una sorta di “macchina fotografica gigante” in grado di registrare gli effetti dello scontro tra due particelle)- e all’inizio la tensione era tanta. Poi però ha prevalso la curiosità scientifica e la voglia di raggiungere l’obiettivo prefissato. Al CERN si lavora (e si festeggia) insieme, ci si dimentica della propria nazionalità e si è prima di tutto scienziati”.

Questo approccio non è certo una novità per il CERN, e anzi è un filo rosso che si snoda lungo tutta la storia del centro di ricerca: il primo accordo per l’istituzione di un consorzio internazionale volto alla cooperazione per l’avanzamento della fisica in Europa è stato infatti redatto il 29 settembre 1954. A firmarlo, in un disperato tentativo di salvare la ricerca ad alto livello (che aveva subìto un arresto importante a cavallo della Seconda Guerra Mondiale), furono 12 Paesi che, fino a pochi anni prima, si scontravano sui campi di battaglia: tra questi Francia, Germania (Ovest), Regno Unito e Italia.

L'acceleratore di particelle del CERN (http://home.web.cern.ch/)

L’acceleratore di particelle del CERN (http://home.web.cern.ch/)

Nel corso dei suoi 60 anni il CERN è perciò diventato un esempio di diplomazia della scienza, assunto come modello dalla comunità scientifica internazionale nella progettazione di strutture ed esperimenti: è il caso di SESAME, la nuova sorgente di luce di sincrotrone (una radiazione elettromagnetica molto potente in grado di studiare con un livello di precisione altissima oggetti tra i più disparati: dai materiali, ai virus, alla struttura dell’atomo) che è in fase di costruzione ad Allan, in Giordania. SESAME diventerà il più grande centro di ricerca del Medio Oriente, e il suo sviluppo è seguito, dal 2002, dall’UNESCO: Bahrain, Cipro, Egitto, Iran, Israele, Giordania, Pakistan, autorità Palestinese e Turchia sono i membri di questo ambizioso esperimento di science diplomacy, realizzato in una delle parti del mondo più problematiche a livello geopolitico. Non a caso sul sito del neonato consorzio si legge che uno degli scopi di SESAME è “la costruzione di ponti scientifici e culturali tra diverse società, e il contributo allo sviluppo di una cultura di pace attraverso la cooperazione scientifica internazionale”.

Sì, SESAME è proprio lì in mezzo. per diiiire.

Sì, SESAME è proprio lì in mezzo. per diiiire.

Scopo certamente ambizioso a cui partecipano, come mediatori, anche molti scienziati Europei. Tra essi anche Giorgio Paolucci, che da ELETTRA (la sorgente di luce di sincrotrone di Trieste) porterà la propria esperienza- scientifica e diplomatica– nel centro di ricerca giordano, che si candida al ruolo di CERN 2.0.

Halfway to..

….Sanity, direbbero i Ramones (disco storico uscito in concomitanza con i miei primi, fastidiosi vagiti, il 15 settembre dell’87). E invece no, la sanità mentale non ci preoccupa, non siamo punk e non siamo rock (Gianlu and the Alfabox a parte!), ma siamo a metà del primo anno di sto benedetto Master. Tra corsi anglofili e corsi sulle barricate,  errori di genere e di plurale (?), fottute elites, gabbiani dei Griffin, ‘mbare chi spacchiu vuoi?, Man VS food da Gianni, pagliacci & barboni, domeniche interminabili e pagelle delle medie  valutazioni intermedie, un quarto del Master se ne è andato via così. Cioè…così, capito? così! (cit.)

In tanti mi hanno detto “vedrai, ti servirà  per conoscere gggente e avere i contatti gggiusti” (sì, con l’inconfondibile tripla g da staisereno, scialla). Non sono d’accordo. O meglio, i contatti ci sono stati e la gente “del giro” stiamo cominciando a conoscerla, ma non è stato solo questo. Per me, che del giornalismo non sapevo nulla (e di cui ora so pochissimo!) questi primi mesi sono stati una pal-estra (quante citazioni acculturate oggi!) incredibile, e mi hanno messo di fronte a sfide sempre nuove. Nuove, e belle. Belle perchè mi piace (quasi) tutto di questo mondo, e non vedo l’ora di buttarmici a capofitto.

Poi tra le altre cose, ho conosciuto gggente così (che non fa mai male).

Spot the difference (credits Sara Madussi)

Spot the difference (credits Sara Madussi)

Avanti tutta, Spartani! Uh uh uh! (per chiudere con raffinatezza e cultura)

Innovare per fermare il declino: intervista a Mattia Corbetta

Da anni siamo bombardati da notizie che ci parlano di crisi. Crisi economica, crisi della politica, dei costumi, della morale, dell’etica: tutti parlano di questi fenomeni, come se il solo parlarne potesse fornire una soluzione. Poi, in questo marasma, una lezione del Master si concentra su un particolare aspetto della crisi economica: se possa essere delineato un legame tra investimento nella ricerca scientifica e ripresa dalla crisi economica. E a me, personalmente, si apre un mondo.

Scopro di essere immerso nella terza grande rivoluzione economica della storia dell’umanità dopo quella dell’agricoltura e dell’industria. Viviamo, più o meno consapevolmente, nell’era della conoscenza: in essa i beni e i servizi acquistano un valore che non dipende, come avveniva in passato, dalla somma di materia prima e costo del lavoro. Oggi, un bene ha valore economico elevato se ad esso è associato un alto tasso di conoscenza aggiunto (ebbene sì, produrre il vostro pc o smartphone non costa così tanto. Non lo sapevate? sapevatelo..). Attualmente, più di due terzi dell’economia globale sono basati su scambi di beni e servizi ad alta conoscenza. È abbastanza intuitivo (o almeno, ahimè, dovrebbe esserlo) come investire nella ricerca scientifica, e nella conoscenza, sia l’unico modo per mantenersi competitivi a livello internazionale. Lungi dalla voglia di piangersi addosso, diciamo che in Italia questo passaggio non è stato finora così immediato.. decido quindi di parlarne con un inside man, una persona che ha fatto di queste tematiche la propria professione, per capire qualcosa di più sullo stato in cui si trova l’Italia e su cosa si sta facendo al momento.

Per tutti questi motivi il candidato perfetto risulta essere Mattia Corbetta, della Segreteria Tecnica del Ministro dello Sviluppo Economico. Questi sono per il Ministero giorni frenetici, tuttavia riusciamo a ritagliare uno spazio per una breve (ma interessantissima) intervista telefonica. Ecco quello che ci siamo detti.

La cosiddetta “strategia di Lisbona”, adottata a partire dal 2000 dall`Unione Europea, prevede come obiettivo espressamente dichiarato quello di fare dell’UE la più competitiva e dinamica economia della conoscenza . Quali sono state finora  le iniziative messe in atto dal Ministero dello Sviluppo Economico per allinearsi a tali obiettivi?

Nei miei due anni al Ministero dello Sviluppo Economico ho potuto testimoniare il lancio di almeno 3 iniziative volte ad aumentare la competitività del nostro tessuto economico attraverso una valorizzazione dei processi di ricerca e innovazione: la prima, avviata con il Decreto Crescita dell’estate del 2012, riguarda il riconoscimento di un credito d’imposta del 35% in favore delle imprese che assumono a tempo indeterminato personale altamente qualificato – dottori di ricerca e laureati in materie tecnico-scientifiche (matematica, fisica, chimica, ingegneria etc.); la seconda, di cui posso riferire più in dettaglio per averla seguita personalmente fin dai suoi albori, comprende il pacchetto di politiche [per una sintesi normativa di tali politiche rimandiamo a questo documento] lanciate nel dicembre del 2012 a sostegno delle startup innovative. La terza, di più recente gestazione (decreto Destinazione Italia, ma in cantiere da almeno un anno), riconosce alle imprese un credito d’imposta a valere sull’incrementale, rispetto all’anno precedente, nelle attività di ricerca e sviluppo.

Quali sono i punti salienti della policy a sostegno delle startup innovative? 

Il primo portato della policy è rappresentato dal fatto stesso di aver introdotto nel nostro ordinamento giuridico la definizione di nuova impresa innovativa, la startup [consultate questo documento per un elenco delle startup italiane] : in via del tutto inedita, per questa tipologia di impresa è stato predisposto, senza operare distinzioni settoriali o porre limite alcuno legato all’età dell’imprenditore (perché le innovazioni si verificano in qualsiasi settore, e possono essere generate da creativi di tutte le età!), un vasto e articolato corpus normativo che ha assegnato nuovi strumenti e misure di favore in materie differenti a valere sull’intero ciclo di vita dell’azienda, dall’avvio alle fasi di crescita, sviluppo e maturazione: abbattimento degli oneri d’avvio, flessibilità nella governance societaria, possibilità di retribuire i dipendenti e i consulenti con strumenti partecipativi, agevolazioni fiscali agli investimenti in seed capital, ricorso all’equity crowdfunding per il reperimento di capitali diffusi, meccanismi di fail-fast nel caso in cui l’avventura non vada nel verso giusto e così via..

Perché sostenere le startup innovative è così importante?

Perché, come illustrato in numerosi studi economici (OCSE, Kauffmann Foundation, per non parlare del best seller “The new geography of jobs” di Enrico Moretti, in cui il concetto è centrale), le imprese innovative – in misura molto più consistente rispetto a quelle tradizionali – sono in grado di incidere sulle dinamiche della creazione d’impiego e della produttività. In particolare, Moretti ha calcolato che negli USA ogni posto di lavoro creato nei settori high-tech si porta dietro 5 nuovi posti di lavoro “tradizionali”. Per questo è importante che un Paese diventi un hub dell’innovazione, e qui al MiSE stiamo cercando di attrezzare l’Italia degli strumenti giusti per raggiungere questo obiettivo.

In base a un report della Banca d`Italia datato Luglio 2013 (“Questioni di economia e finanza”) un passo fondamentale per il rilancio economico italiano è il rinnovamento della classe dirigente. Quali sono le misure volte a favorire questo riciclo, non solo generazionale ma anche, e soprattutto, “di pensiero”?

Non vorrei entrare nel campo minato del rinnovamento della classe politica, processo necessario cui spesso fa da contraltare un dibattito pubblico segnato da profonde strumentalizzazioni dettate da interessi di parte e mistificato dalla retorica del giovanilismo. Mi limito dunque a considerare il tema del rinnovamento in campo imprenditoriale. Il nostro è un Paese immobile dal punto di vista sociale, dove se le condizioni di partenza incidono in via preponderante nel determinare le sorti di un cittadino. Troppo spesso il sudore versato per raggiungere un obiettivo, le competenze acquisite durante il percorso scolastico o le abilità maturate nel corso degli stage e dei tirocini non bastano a determinare il successo di una persona, a permetterle di scalare la piramide e migliorare la propria situazione. Il capitale relazionale e, in particolare, lo status economico della famiglia d’origine, continuano ad essere fattori prevalenti. Queste dinamiche si verificano anche in ambito imprenditoriale. In buona misura, nel nostro Paese diventano imprenditori i figli d’imprenditori. L’impresa non è una prospettiva né sufficientemente raccontata, né raggiungibile per buona parte della popolazione. Ebbene, le startup innovative, per le regole che ne disciplinano il funzionamento introdotte dal MiSE, rappresentano uno strumento capace di spezzare queste dinamiche e incrementare la mobilità sociale.  Quando ho parlato di flessibilizzazione della governance societaria, mi riferivo al fatto che si è favorita la democratizzazione dei processi decisionali d’azienda rendendo possibile la partecipazione di coloro che sono detentori di idee ma spesso non possiedono le quote di capitali. L’eliminazione degli oneri di registrazione alla Camera di Commercio, per fare un altro esempio, arreca un beneficio a chiunque intenda avviare una startup innovativa: ma tale beneficio, di fatto, avvantaggia in misura particolare coloro che partono dal basso e soffrirebbero in misura maggiore un onere da corrispondere quando ancora non si è iniziato a fatturare. La policy è disseminata di misure che seguono questa visione. E’ così che, nel nostro piccolo, abbiamo cercato di favorire la mobilità sociale.

Se dovessi sintetizzare in tre punti le priorità da affrontare per corroborare il sostegno pubblico alle nuove imprese innovative, a cosa penseresti?

Penso di sicuro a “Italia start up VISA”, una serie di misure volte ad attrarre capitale umano dall’estero. Al “Fondo dei fondi”, per alimentare il co-investimento tra pubblico e privato in venture capital capace di alimentare le nuove imprese innovative. E infine penso alla riduzione della burocrazia e degli oneri tributari fissi che non dipendono dal reddito: i livelli attuali di tassazione molto spesso non sono sostenibili per imprese neonate, che non hanno ancora fatturato. In questo modo si tarpano le ali a tanti imprenditori innovativi, e questo non ce lo possiamo più permettere.

Ringraziando ancora una volta Mattia per la sua disponibilità e chiarezza, vi rimando a questi due portali, su cui potrete trovare tutto quello che vi interessa riguardo a investimenti nella ricerca e start up:

Destinazione Italia

Il sito del Minitero dello Sviluppo Economico

Una fisica tutta curve

No ragazzi, i fratelli Vanzina e Alvaro Vitali non c’entrano, cancellate dalla mente la fugace immagine della supplente di fisica stile Edwige Fenech: sto per parlarvi di una delle mie più grandi passioni, la moto!

Non avete ancora cambiato indirizzo sul browser? Bene! Tra tutti i fenomeni fisici coinvolti  nella guida di un motociclo, andiamo allora a capire perché, in sella ad una due ruote, non ci ribaltiamo ad ogni curva (per i riders immersi nella lettura: sì, è il momento di lasciarvi andare a scaramantici accarezzamenti, di ferro o quant’altro..):  questo avviene principalmente a causa di due fenomeni fisici, l’effetto giroscopico e la forza centrifuga.

Il Dottore nel bel mezzo di una dimostrazione di fisica applicata..Pelle perdonami! (sportmediaset.it)

Il Dottore nel bel mezzo di una dimostrazione di fisica applicata..Pelle perdonami! (sportmediaset.it)

L’effetto giroscopico è un fenomeno fisico che si genera quando l’asse intorno al quale un corpo sta ruotando viene sollecitato a spostarsi da una forza che agisce su uno qualsiasi dei piani che contengono l’asse di rotazione. Ubbidiscono all’effetto giroscopico, e in particolar modo alla precessione ad esso collegata, la trottola e lo yo yo, ma anche i proiettili (per imprimere una rotazione al loro movimento, infatti, le canne di molte armi da fuoco presentano una rigatura interna elicoidale che imprime al proiettile una rotazione, per stabilizzarne la traiettoria) e, appunto, le moto.

In pratica se si ruota il manubrio  in una direzione, si genererà un “momento” che tende ad inclinare il veicolo nella parte opposta, permettendo a noi, centauri della domenica sprovveduti di fisica, di effettuare l’inserimento in curva. A questo punto, in quanto siamo in curva, interviene la forza centrifuga, ossia la forza con la quale un corpo in moto circolare uniforme viene spinto verso l’esterno della circonferenza; tale spinta è direttamente  proporzionale alla massa del corpo in movimento (quindi, nel nostro caso, moto + motociclista) e  inversamente proporzionale al raggio della circonferenza che il corpo sta percorrendo. Il bilanciamento tra queste due forze permette di mantenere la moto inclinata in curva.

giroscopio

Il fulcro di tutti questi processi, in cui forze opposte agiscono e si bilanciano, è lo pneumatico:  è importantissimo che esso presenti alti coefficienti di attrito (cioè che la gomma abbia una buona tenuta)  per poter effettuare  in tutta sicurezza le nostre curve. In quest’ottica l’usura dello pneumatico e le condizioni del manto stradale (acqua, ghiaccio, sabbia) sono fattori egualmente importanti! Il vecchio adagio “sull’asciutto o sul bagnato tieni sempre spalancato!” (cit.) viene inesorabilmente bocciato dalla fredda logica della fisica, c’è poco da fare!

Questo perché nel bel mezzo di una curva sarà possibile aumentare la velocità di percorrenza, e quindi piegare maggiormente la moto, fino a che la forza di attrito delle ruote riuscirà a contrastare l’effetto della forza centrifuga che ci “tira in fuori”; la velocità massima di percorrenza di una curva è legata in maniera univoca all’angolo di piega della moto, ed è interessante notare come questi valori non dipendano dalla massa del veicolo in movimento: anche con una “zavorrina” alle spalle, quindi, il divertimento è assicurato!

Anzi, concedetemi il momento poetico, è doppio.

La Felicità.

La Felicità.

Per una descrizione più dettagliata di questi ed altri fenomeni, che ci mantengono in sella nonostante noi ne siamo completamente inconsapevoli:

  • qui
  • “Dinamica e tecnica della motocicletta”, Gaetano Cocco, Giorgio Nada Editore

E c’è chi, sulla fisica delle due ruote, organizza musei e festival scientifici: #desmobomber presenti, sempre sul pezzo! Buona strada a tutti!

Vegetaria(sì?)no?

Lunedì, ora di pranzo.  A seguito di un’immonda abbuffata di carne nel week end un improvviso flusso di coscienza, rifletto davanti al menu della mensa: e se oggi rinunciassi alla carne? Ma sì, ci sono i tortini di verdura, fatta…la sera idem..e dal giorno dopo quella che era una reale necessità di sopravvivenza (onde evitare occlusione immediata delle arterie) si trasforma pian piano in una riflessione profonda sull’assunzione di carne.

Lo ammetto, non sono mai stato particolarmente empatico nei confronti degli animali d’allevamento, per cui tutto quello che segue non è in alcun modo legato a una visione animalista della cucina. Però, accidenti, se in 4 giorni di lezione ti senti dire  alcune cosette, poi ci rifletti un attimo. A cosa mi riferisco? Innanzitutto al consumo di acqua necessario per la produzione di un kg di carne: per il pollo sono necessari circa 4.300 litri, per il maiale circa 6.000, e 15.500 per la carne bovina. Questo enorme dato tiene conto dell’acqua utilizzata per dissetare gli animali, per la produzione dei cereali per i mangimi, per la pulizia degli ambienti..

Un altro dato che mi ha fatto riflettere è stato quello della cosiddetta carbon footprint, ovvero la quantità di anidride carbonica necessaria per la produzione di un bene di consumo: in quest’ottica, alla produzione di carne è imputato quasi un quinto delle emissioni globali di anidride carbonica, che contribuiscono al drammatico cambiamento climatico globale. Produrre un chilo di carne fresca ci “costa” in media 3,2 kg di CO2 immessa nell’atmosfera per il pollo, 4,6 kg per il maiale e quasi 32 kg per la carne bovina. Se tutti mangiassero tanta carne quanta ne consumiamo noi (quel calderone di nazioni e popoli definito mondo occidentale) le conseguenze sarebbero drammatiche.

Come ciliegina sulla torta mi hanno ricordato come la carne (insaccati in particolare) sia associata a un elevato rischio di contrarre malattie cardiovascolari, nonché determinate forme neoplastiche (leggi: tumore al colon). “Allegria!” (cit.)

Faccio quindi partire i dovuti scongiuri e riti scaramantici, e provo per qualche giorno a rinunciare alla carne. In effetti non è che sia un vero e proprio sforzo, e di sicuro non mi sono messo a dieta: ho mangiato con gusto e senza sacrifici risotti ai funghi, zuppe di legumi, finocchi gratinati, formaggio alla piastra, broccoli & patate aglio olio e peperoncino…insomma, ‘sti vegetariani mica vivono a sedano e insalata! E questo è detto da uno che non ha mai fatto 5 giorni di fila senza mangiare un etto di crudo, una bistecca, un hamburger, e che aveva una visione della dieta vegetariana che suonava all’incirca così:

(pandawhale.com)

(pandawhale.com)

Il mio (personalissimo) bilancio della settimana? Mangiare vegetariano, o comunque ridurre drasticamente il proprio consumo di carne, non è solo fattibile, ma può anche essere piacevole…lungi da me l’idea di poter cambiare il mondo da solo o di fare il finto moralista, semplicemente, facendo due conti (per me e per gli altri)l’idea di mangiare un po’ meno carne non mi sembra così utopica!

Ps: per dovere di cronaca devo confessare che, come un tossico in astinenza, il mio primo periodo vegetariano si è concluso sabato sera con l’accoppiata Burger King post calcetto e kebab post discoteca. Mea culpa mea culpa mea grandissima culpa. O come direbbe il mio onnivoro preferito, D’OH!