Halfway to..

….Sanity, direbbero i Ramones (disco storico uscito in concomitanza con i miei primi, fastidiosi vagiti, il 15 settembre dell’87). E invece no, la sanità mentale non ci preoccupa, non siamo punk e non siamo rock (Gianlu and the Alfabox a parte!), ma siamo a metà del primo anno di sto benedetto Master. Tra corsi anglofili e corsi sulle barricate,  errori di genere e di plurale (?), fottute elites, gabbiani dei Griffin, ‘mbare chi spacchiu vuoi?, Man VS food da Gianni, pagliacci & barboni, domeniche interminabili e pagelle delle medie  valutazioni intermedie, un quarto del Master se ne è andato via così. Cioè…così, capito? così! (cit.)

In tanti mi hanno detto “vedrai, ti servirà  per conoscere gggente e avere i contatti gggiusti” (sì, con l’inconfondibile tripla g da staisereno, scialla). Non sono d’accordo. O meglio, i contatti ci sono stati e la gente “del giro” stiamo cominciando a conoscerla, ma non è stato solo questo. Per me, che del giornalismo non sapevo nulla (e di cui ora so pochissimo!) questi primi mesi sono stati una pal-estra (quante citazioni acculturate oggi!) incredibile, e mi hanno messo di fronte a sfide sempre nuove. Nuove, e belle. Belle perchè mi piace (quasi) tutto di questo mondo, e non vedo l’ora di buttarmici a capofitto.

Poi tra le altre cose, ho conosciuto gggente così (che non fa mai male).

Spot the difference (credits Sara Madussi)

Spot the difference (credits Sara Madussi)

Avanti tutta, Spartani! Uh uh uh! (per chiudere con raffinatezza e cultura)

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Innovare per fermare il declino: intervista a Mattia Corbetta

Da anni siamo bombardati da notizie che ci parlano di crisi. Crisi economica, crisi della politica, dei costumi, della morale, dell’etica: tutti parlano di questi fenomeni, come se il solo parlarne potesse fornire una soluzione. Poi, in questo marasma, una lezione del Master si concentra su un particolare aspetto della crisi economica: se possa essere delineato un legame tra investimento nella ricerca scientifica e ripresa dalla crisi economica. E a me, personalmente, si apre un mondo.

Scopro di essere immerso nella terza grande rivoluzione economica della storia dell’umanità dopo quella dell’agricoltura e dell’industria. Viviamo, più o meno consapevolmente, nell’era della conoscenza: in essa i beni e i servizi acquistano un valore che non dipende, come avveniva in passato, dalla somma di materia prima e costo del lavoro. Oggi, un bene ha valore economico elevato se ad esso è associato un alto tasso di conoscenza aggiunto (ebbene sì, produrre il vostro pc o smartphone non costa così tanto. Non lo sapevate? sapevatelo..). Attualmente, più di due terzi dell’economia globale sono basati su scambi di beni e servizi ad alta conoscenza. È abbastanza intuitivo (o almeno, ahimè, dovrebbe esserlo) come investire nella ricerca scientifica, e nella conoscenza, sia l’unico modo per mantenersi competitivi a livello internazionale. Lungi dalla voglia di piangersi addosso, diciamo che in Italia questo passaggio non è stato finora così immediato.. decido quindi di parlarne con un inside man, una persona che ha fatto di queste tematiche la propria professione, per capire qualcosa di più sullo stato in cui si trova l’Italia e su cosa si sta facendo al momento.

Per tutti questi motivi il candidato perfetto risulta essere Mattia Corbetta, della Segreteria Tecnica del Ministro dello Sviluppo Economico. Questi sono per il Ministero giorni frenetici, tuttavia riusciamo a ritagliare uno spazio per una breve (ma interessantissima) intervista telefonica. Ecco quello che ci siamo detti.

La cosiddetta “strategia di Lisbona”, adottata a partire dal 2000 dall`Unione Europea, prevede come obiettivo espressamente dichiarato quello di fare dell’UE la più competitiva e dinamica economia della conoscenza . Quali sono state finora  le iniziative messe in atto dal Ministero dello Sviluppo Economico per allinearsi a tali obiettivi?

Nei miei due anni al Ministero dello Sviluppo Economico ho potuto testimoniare il lancio di almeno 3 iniziative volte ad aumentare la competitività del nostro tessuto economico attraverso una valorizzazione dei processi di ricerca e innovazione: la prima, avviata con il Decreto Crescita dell’estate del 2012, riguarda il riconoscimento di un credito d’imposta del 35% in favore delle imprese che assumono a tempo indeterminato personale altamente qualificato – dottori di ricerca e laureati in materie tecnico-scientifiche (matematica, fisica, chimica, ingegneria etc.); la seconda, di cui posso riferire più in dettaglio per averla seguita personalmente fin dai suoi albori, comprende il pacchetto di politiche [per una sintesi normativa di tali politiche rimandiamo a questo documento] lanciate nel dicembre del 2012 a sostegno delle startup innovative. La terza, di più recente gestazione (decreto Destinazione Italia, ma in cantiere da almeno un anno), riconosce alle imprese un credito d’imposta a valere sull’incrementale, rispetto all’anno precedente, nelle attività di ricerca e sviluppo.

Quali sono i punti salienti della policy a sostegno delle startup innovative? 

Il primo portato della policy è rappresentato dal fatto stesso di aver introdotto nel nostro ordinamento giuridico la definizione di nuova impresa innovativa, la startup [consultate questo documento per un elenco delle startup italiane] : in via del tutto inedita, per questa tipologia di impresa è stato predisposto, senza operare distinzioni settoriali o porre limite alcuno legato all’età dell’imprenditore (perché le innovazioni si verificano in qualsiasi settore, e possono essere generate da creativi di tutte le età!), un vasto e articolato corpus normativo che ha assegnato nuovi strumenti e misure di favore in materie differenti a valere sull’intero ciclo di vita dell’azienda, dall’avvio alle fasi di crescita, sviluppo e maturazione: abbattimento degli oneri d’avvio, flessibilità nella governance societaria, possibilità di retribuire i dipendenti e i consulenti con strumenti partecipativi, agevolazioni fiscali agli investimenti in seed capital, ricorso all’equity crowdfunding per il reperimento di capitali diffusi, meccanismi di fail-fast nel caso in cui l’avventura non vada nel verso giusto e così via..

Perché sostenere le startup innovative è così importante?

Perché, come illustrato in numerosi studi economici (OCSE, Kauffmann Foundation, per non parlare del best seller “The new geography of jobs” di Enrico Moretti, in cui il concetto è centrale), le imprese innovative – in misura molto più consistente rispetto a quelle tradizionali – sono in grado di incidere sulle dinamiche della creazione d’impiego e della produttività. In particolare, Moretti ha calcolato che negli USA ogni posto di lavoro creato nei settori high-tech si porta dietro 5 nuovi posti di lavoro “tradizionali”. Per questo è importante che un Paese diventi un hub dell’innovazione, e qui al MiSE stiamo cercando di attrezzare l’Italia degli strumenti giusti per raggiungere questo obiettivo.

In base a un report della Banca d`Italia datato Luglio 2013 (“Questioni di economia e finanza”) un passo fondamentale per il rilancio economico italiano è il rinnovamento della classe dirigente. Quali sono le misure volte a favorire questo riciclo, non solo generazionale ma anche, e soprattutto, “di pensiero”?

Non vorrei entrare nel campo minato del rinnovamento della classe politica, processo necessario cui spesso fa da contraltare un dibattito pubblico segnato da profonde strumentalizzazioni dettate da interessi di parte e mistificato dalla retorica del giovanilismo. Mi limito dunque a considerare il tema del rinnovamento in campo imprenditoriale. Il nostro è un Paese immobile dal punto di vista sociale, dove se le condizioni di partenza incidono in via preponderante nel determinare le sorti di un cittadino. Troppo spesso il sudore versato per raggiungere un obiettivo, le competenze acquisite durante il percorso scolastico o le abilità maturate nel corso degli stage e dei tirocini non bastano a determinare il successo di una persona, a permetterle di scalare la piramide e migliorare la propria situazione. Il capitale relazionale e, in particolare, lo status economico della famiglia d’origine, continuano ad essere fattori prevalenti. Queste dinamiche si verificano anche in ambito imprenditoriale. In buona misura, nel nostro Paese diventano imprenditori i figli d’imprenditori. L’impresa non è una prospettiva né sufficientemente raccontata, né raggiungibile per buona parte della popolazione. Ebbene, le startup innovative, per le regole che ne disciplinano il funzionamento introdotte dal MiSE, rappresentano uno strumento capace di spezzare queste dinamiche e incrementare la mobilità sociale.  Quando ho parlato di flessibilizzazione della governance societaria, mi riferivo al fatto che si è favorita la democratizzazione dei processi decisionali d’azienda rendendo possibile la partecipazione di coloro che sono detentori di idee ma spesso non possiedono le quote di capitali. L’eliminazione degli oneri di registrazione alla Camera di Commercio, per fare un altro esempio, arreca un beneficio a chiunque intenda avviare una startup innovativa: ma tale beneficio, di fatto, avvantaggia in misura particolare coloro che partono dal basso e soffrirebbero in misura maggiore un onere da corrispondere quando ancora non si è iniziato a fatturare. La policy è disseminata di misure che seguono questa visione. E’ così che, nel nostro piccolo, abbiamo cercato di favorire la mobilità sociale.

Se dovessi sintetizzare in tre punti le priorità da affrontare per corroborare il sostegno pubblico alle nuove imprese innovative, a cosa penseresti?

Penso di sicuro a “Italia start up VISA”, una serie di misure volte ad attrarre capitale umano dall’estero. Al “Fondo dei fondi”, per alimentare il co-investimento tra pubblico e privato in venture capital capace di alimentare le nuove imprese innovative. E infine penso alla riduzione della burocrazia e degli oneri tributari fissi che non dipendono dal reddito: i livelli attuali di tassazione molto spesso non sono sostenibili per imprese neonate, che non hanno ancora fatturato. In questo modo si tarpano le ali a tanti imprenditori innovativi, e questo non ce lo possiamo più permettere.

Ringraziando ancora una volta Mattia per la sua disponibilità e chiarezza, vi rimando a questi due portali, su cui potrete trovare tutto quello che vi interessa riguardo a investimenti nella ricerca e start up:

Destinazione Italia

Il sito del Minitero dello Sviluppo Economico

Update: quando i fisici tornano a scuola..

Diramato il programma ufficiale della conferenza rivolta alle classi IV e V del Liceo Galileo Galilei di Trieste (te va, Liceo Galilei, ci rivediamo dopo cinque otto anni e 450 km di distanza), che si svolgerà questo venerdì a partire dalle h10.30. La conferenza ha lo scopo di avvicinare i giovani al mondo della fisica, illustrando le mille sfaccettature di questa disciplina e gli stretti legami esistenti tra scienza ed altri aspetti della nostra società come l’arte, la filosofia, l’economia e lo sviluppo sostenibile. Ecco la lista degli ospiti e dei temi che verranno trattati:

Ore 10,45 – GianCarlo GHIRARDI, (Presidente del Consorzio per la Fisica dell’Università degli Studi di Trieste) – Filosofia della scienza: Scienza e arte

Ore 11,15 – Giorgio PAOLUCCI, (Responsabile delle relazioni internazionali di Elettra Sincrotrone Trieste) – Science diplomacy: Sesame, la sorgente di luce di sincrotrone che verrà costruita in Giordania, un progetto nato dalla collaborazione tra Autorità Palestinese, Bahrein, Cipro, Egitto, Iran, Israele, Giordania, Pakistan e Turchia

Ore 11,40 – Sandro SCANDOLO, (ICTP) – Sociologia della  fisica:  La scienza nei paesi in via di sviluppo: lusso o necessità?

Ore 12,05 – Carlo FONDA, (ICTP) – Scienza e nuove tecnologie: La stampa 3D a basso costo, un’opportunità per i paesi in via di sviluppo

Ore 12,30 – Riccardo CUCINI, (Elettra Sincrotrone) – Fisica allo stato dell’arte: Fermi, la nuova sorgente di luce, un esempio unico al mondo

Grazie per l’attenzione, il sottoscritto (che passerà la giornata nelle per lui improbabili vesti di mediatore) va un attimo a vomitare per la tensione..

Essere o non essere (ricercatore): questo è il problema

Ormai lo si è detto in tutte le salse, con ogni mezzo e in ogni occasione: l´Italia non è un Paese per ricercatori. Solo una classe politica e dirigente colpevolemente pigra non ha ancora visto gli effetti nefasti che la distanza tra ricercatori e società civile (per farsi un´idea a riguardo basta sfogliare le pagine, cartacee o virtuali che siano, di qualsiasi quotidiano) sta causando, e continuerà a causare,  in Italia. A ciò si aggiunge la mancanza pressoché cronica di finanziamenti, sprechi all´ordine del giorno e un sistema universitario in cui il ricambio generazionale, a livello di assunzioni a tempo determinato e non, è ridotto ai minimi storici.

In un´epoca, quale è la nostra, caratterizzata dalla globalizzazione globale e dall´abbattimento della maggior parte delle frontiere (a cui sembrano resistere stolidamente solo gli Sati Uniti al confine con il Messico, gli Israeliani con il muro a Gaza e i Leghisti nostrani, che invocano i mitra sulle coste – sic!-) la soluzione sembra a portata di mano: fuggire, presto, ora!vai all´estero, che qui non c´è futuro.

Ci ho pensato, e parecchio. Ci ha pensato, e ci pensa tuttora, chiunque come me abbia conseguito una laurea in ambito puramente scientifico. La risposta che mi sono dato (e che mi ha portato a intraprendere, tra l´altro, il percorso del master) è che non mi sento ricercatore: non sento di esserlo in Italia, ma neanche in Inghilterra, in Austria o negli Stati Uniti. Non lo sentirei neanche se avessi a disposizione le apparecchiature più all´avanguardia o il finanziamento più prestigioso. All´inizio non volevo ammetterlo neanche a me stesso, mi sembrava una frode nei confronti della pubblica amministrazione, e nella mia testa si agitavano gli spettri di articoli complottistici che mai avrebbero visto la luce ( “Scandalo, ecco come si sperperano i soldi pubblici: le borse di Dottorato vanno a chi non vuole fare ricerca”). Mi sembrava anche una sconfitta personale: avere investito tempo, fatica e denaro (ok, il denaro di mamma e papà) per giungere a un vicolo chiuso. Poi ho pensato che ho sempre affrontato le ricerche in cui sono stato coinvolto con onestà, serietà ed impegno. Non credo di aver rubato, in questi due anni, i soldi di nessuno: ho raggiunto gli obiettivi che mi erano stati chiesti e risolto i problemi che mano a mano si presentavano. Semplicemente ho affrontato, e sto affrontando, il dottorato come “un lavoro come un altro”, e mi sono reso conto che con questo atteggiamento rischierei:

          Di perdermi nel mare di giovani ricercatori motivati

          Un esaurimento nervoso

Sì perché, come per tutti i lavori, fare il ricercatore è come setacciare il fondo di un torrente alla ricerca dell´oro: i bei risultati (un articolo pubblicato, l´esperimento che ti da i risultati sperati, una presentazione ad un congresso particolarmente ben riuscita) sono i granelli d´oro immersi in una valanga di sassolini brutti e inutili. Ciò che ti porta a continuare a setacciare, giorno dopo giorno, è la passione per quello che fai. La mia passione è di parlare (234 note sul registro ai tempi di elementari e medie ne sono la prova), raccontare, condividere la scienza, emozionarmi e far emozionare con essa. Vorrei imparare tutto di tutto, e non focalizzarmi per tutta la vita su qualcosa di circoscritto.

Vorrei girare l´Italia e il mondo alla ricerca di notizie, vorrei lavorare con bambini e ragazzi, e non cosí:

La settimana tipo del ricercatore (phdcomics.com)

La settimana tipo del ricercatore (phdcomics.com)

Sia chiaro: a chi ha deciso o deciderà di continuare la carriera da ricercatore va tutta la mia stima e un grandissimo in bocca al lupo. So che siete mossi dalla passione che a me manca, e che farete grandi cose. Che questo sia un augurio a tutti gli altri.. a chi comincia un nuovo percorso, a chi si rammarica da un Paese lontano, a chi non fa il/la choosy ma allo stesso tempo non  dimentica quanto ha dato per quel pezzo di carta, e  quanto sarebbe bello che esso venisse riconosciuto: che ognuno di noi possa trovare la sua strada.

Quando i fisici tornano a scuola

Molto spesso la ricerca scientifica viene vista come un mondo a sé stante, una torre d’avorio sulla quale i ricercatori amano isolarsi, lontano dal volgo. Ciò non è vero (o meglio, non dovrebbe essere vero): avvicinare i giovani al mondo della ricerca e della scienza dovrebbe essere parte- a mio modesto parere- del piano di intervento di qualsiasi amministrazione che voglia uscire da questo periodo di crisi, che si manifesta a livello economico e sociale.

In quest’ottica sta prendendo corpo l’idea di  realizzare una conferenza, rivolta ai ragazzi delle scuole superiori triestine, incentrata sul tema della ricerca fisica, che a Trieste è rappresentata da centri di spicco a livello internazionale quali l’ICTP (www.ictp.it),  il Sincrotrone Elettra (www.elettra.trieste.it) e la Scuola Superiore Internazionale di Studi Avanzati (www.sissa.it). I temi che dovrebbero essere trattati nella conferenza spazieranno dall’epistemologia della scienza all’apporto in termini di sviluppo economico delle ricerche in fisica, per soffermarsi anche sugli aspetti sociologici della ricerca in ambiente internazionale e sui legami, spesso celati, tra fisica ed arte.

Stay tuned for  updates!

Pronti, partenza, via!

Ebbene sì, ho cominciato questa nuova esperienza. Risucchiato nel giro di otto, intensive giornate nel vortice della comunicazione scientifica. La pausa caffè, gli appunti, gli scherzi e le battute dell’ultima fila di disgraziati (che poi, però, ti fanno una riunione di redazione da soooogno, come direbbe Crozza-Briatore): già, sembra proprio di essere tornati a scuola. L’innocenza e la spensieratezza delle elementari certo non ci sono più. Ci sono ancora, però, la voglia di conoscere, di sperimentare, di scoprire cose nuove (Reddit, chi era costui?), di mettersi in gioco e di reinventarsi….e mi trovo in ufficio a barcamenarmi tra un paper da terminare e una conferenza da organizzare. Fra un’ora avrò un esperimento, e poi in emeroteca (altro mistero per noi “scientifici” profani della comunicazione)…bene così, non posso che esserne felice. O per essere sempre social, #felice.

20 piccoli indiani: eccoci, i ragazzi del I anno dell'MCS Franco Prattico della SISSA

20 piccoli indiani: eccoci, i ragazzi del I anno dell’MCS Franco Prattico della SISSA