Il “caso Stamina”: un viaggio nel tempo

Incredibile ma vero: i viaggi nel tempo, almeno in Italia, esistono, non sono pura fantascienza! Ne è prova la reazione, mediatica e pubblica, che si è avuta nei confronti del cosiddetto “caso Stamina”. Non entrerò, in questa sede, nel merito scientifico della questione: esperti decisamente più qualificati e preparati di me (una su tutti, Silvia Bencivelli) hanno elencato con metodico rigore e certosina pazienza le voragini logiche, scientifiche e morali su cui le sperimentazioni di Vannoni e colleghi (non) si fondano. Solleticato da una lettura interessante (“Il Contagio”, ed. CUEN), ho cominciato a riflettere sull’immagine che ricercatori e medici hanno, molto spesso, in Italia. Lungi dall’essere considerati dei benefattori disinteressati, o quantomeno persone che operano, si impegnano, a volte devolvono la loro intera vita per migliorare la condizione dei malati (e dell’umanità in genere), essi sono visti come il perfetto capro espiatorio: essi, come moderni stregoni bianchi,  maneggerebbero il pharmakon (che a seconda del caso è rappresentato dalle medicine, dalle cure, dai vaccini) a proprio piacimento,  sfruttandone di volta in volta, per i propri interessi, il potere salvifico o quello venefico. I medici e gli scienziati sono gli untori che avvelenano i neonati con i vaccini, sperimentano le medicine su cuccioli indifesi, negano le cure a dei malati che stanno morendo. Questa miope visione non fa che alimentare la rabbia e il livore nei confronti della comunità scientifica: oggi, certo, non è permesso appiccare un rogo e dare fuoco all’untore. Ma certe forme di manifestazione dell’odio e della voglia di trovare un colpevole  immediato per una situazione drammatica non sono altro che roghi moderni, alimentati dal vento mediatico e dal fiato di chi parla solo per speculare e fare audience.

Manifestazione di pazienti a favore del "metodo Stamina" (scrobogna/la presse)

Manifestazione di pazienti a favore del “metodo Stamina” (scrobogna/la presse)

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